So che non è bellissimo scrivere post autoreferenziali, ma questo è davvero spassoso:
Anna Colaiuta commenta il mio post sull’analfabeto del tecnocoatto come di seguito:
“Questo personaggio di ‘tecnocoatto’ mi sembra un po’ artificioso. La persona che descrivi è semplicemente uno che non ha a che fare con i computer e tecnologie correlate, non è obbligato a usarle e dunque, del tutto legittimamente, non gli interessano.
Quando vi fosse veramente costretto, orsù, son cose che s’imparano in qualche ora a dir tanto: non stiamo parlando d’imparare il sanscrito, o a scrivere una fuga, o (appunto) a leggere e scrivere.
Insomma, la figura del tecnoanalfabeta mi sembra inventata dai tecnoalfabeti per sentirsi superiori, e forse per una certa invidia verso chi non vive incatenato al telefonino… ”
Non mi resta che segnalare un altro brano tratto da post sull’analfabetismo, a dir poco azzeccato:
’50 Analfabeta linguistico: sapeva di non sapere e quanto questo fosse un grave handicap.
’06 Analfabeta digitale: non sa di non sapere e spesso considera il proprio handicap un perdonabile vezzo.
come volevasi dimostrare





Io ne ho scritti diversi di post dedicati a quelli che tu chiami tecnocoatti e che io invece chiamo tecnolesi. Ma non te li linko che poi faccio la figura di quello che viene ad elemosinare visite…
Perdona loro, perchè sono costretti in quello che credono.
C’è una ignoranza invincibile, costretta (vedi etimo di coatto http://www.etimo.it/?term=coatto&find=Cerca ), tutto quello che è intorno a noi sembra volerci dire: “non sforzarti”, “non è necessario capire di più”. Ci sono due tipi di persone che non leggono un libro di istruzioni di un prodotto elettronico:
- quelli che lo considerano il prodotto troppo semplice da usare
- quelli che non vogliono imparare
Come si vince l’ignoranza invincibile?
Solo suscitando domande di senso; gli utenti devono sentire il desiderio di capire, devono desiderare di di più, essere ambiziosi, non per il loro posto di lavoro, ma del mondo che li circonda, perchè può e deve dargli di più, questo è il progresso.
Forse potremmo accompagnare queste persone in ciò che facciamo sempre più spesso nel nostro mondo “virtuale”, che cioè la tecnologia ha migliorato le nostre relazioni, la capacità di scambio culturale, ci ha permesso un più facile accesso all’acculturazione, quanto questo mondo sia reale, nelle relazioni, nella stima e nell’amicizia.
Mi fermo qui, anche perchè sono stanco, ma questa tua provocazione sui tecnocoatti mi stimola molto, perchè la considero la parte più consistente del divario digitale.
Grazie
“Analfabeta” riferito alle tecnologie quotidiane (anzi, per parlare con qualche proprietà: alle tecniche) è un traslato, una similitudine vivida ma tutt’altro che precisa: un set d’istruzioni non è in nessun modo un alfabeto.
Non dovrebbe sfuggire a nessuno, e mi sorprende che sfugga a don Tommaso – per cui “alfabeto” > “scrittura” > “parola” dovrebbero essere termini carichi di connotati – la differenza fra il possesso dell’alfabeto (cioè di una lingua, cioè di una visione del mondo) e quello delle istruzioni del DVD o del telefonino o del navigatore GPS: che sono prassi spesso utili, ma in nessun modo acquisizioni culturali, dunque esistenziali.
Se invece continuiamo a considerare quel vago e impreciso traslato come una corrispondenza esatta, beh, certo avrà facile ragione il nostro gentile ospite a ritenere che i suoi buffi elenchi siano risposta che esaurisce qualsiasi obiezione
(si apprezzi l’”emoticon”: mostra che sono anch’io neoalfabeta, dopo tutto).
Basta solo intendersi. Derrick De Kerchove, considera l’alfabeto un “Brainframe” esattamente come le tecnologie, ovvero un’estensione del nostro cervello e del nostro corpo. Il libro citato (Brainframes si può trovare su ogni libreria on line) mi sembra ancora una lettura molto attuale. Per questo sono d’accordo con Marco e mi sento di appoggiare il termine di “analfabeta”, che lui ha utilizzato.