Web 2.0, read/write o dead/write?



Il web partecipativo si basa sul principio che l’utente nel farsi i fattacci suoi, genera valore anche per gli altri. Questo è l’attaggiamento partecipativo. Da non confondere con quello collaborativo o cooperativo che prevedono una sorta di consapevolezza attiva.

Nella fattispecie si tratta di trasferire online parte di se. Dai video agli appuntamenti, ai contatti, etc. 

Ogni giorno nascono nuovi servizi del web 2.0 che col tempo tenderanno a sostituire completamente i siti web precedenti, sino a perdere l’appellativo che a quel punto perderà significato.

La gestione e l’archiviazione dei propri dati tende a spostarsi dai software locali ai servizi online.

In pochi mesi sono nati centinaia di cloni di YouTube, migliaia di social website e milioni di importanti pezzi di vita personale sono affidati ai singoli website, alle singole start-up.

Cosa succederà quando incomincerà lo sfoltimento fisiologico?

Quali garanzie per la vostra agenda, rubrica, foto, video, etc?

Una startup non startuppa e chiude, spegne i server e li vende. In quel momento ha altro a cui pensare che rispondere alle email e non ha denaro per la gestione dei dati da restituire.

E’ quindi corretto continuare ad aumentare i dati che si affidano ai servizi online oppure no? Che ne pensano i bloggers? Ovvero i più attivi nella sperimentazione degli strumenti deò web 2.0?

MI piacerebbe sapere cosa ne pensa Tommaso, Paolo, Francesco, Marco, Karim, Vittorio, Miriam, Mauro, Stefano, AndreaMatteo, Matteo, Tiziano, Michele, Massimo, Filippo, Stefano, Luca, Francesco, Stefano, Davide, Lele, Luciano, Andrea, Tommaso, Andrea, FilippoMaurizio, Antonio, Luca, Luca, Luca, Marco, Pierluigi, Riccardo, Stefano, Giorgio, Stefano, Marina, Marica, Mary, Cristian, Emanuele, Stefano, Maxime, Mauro, Andrea, Massimo e la tua.

Tra read/write e dead/write cambia solo una consonante…

UPDATE: grazie a Francesco, Luca[mini]marketing, Pietro, Gianluca, Marco, Doxaliber, Stefigno, Gianluca, Giovanni, Frangino, don Tommaso, Downloadblog, Luciano, Dario, Filippo, Thumbria, MaximeVittorio, Davide, Luca, Paolo, Tiziano, Biagio, Miriam, Matteo, per aver contribuito con il loro parere sul loro blog o nei commenti qui.

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Marco in questo caso sembra rientrare sopprattutto la fiducia nel proprio fornitore di servizi, mi spiego… personalmente ho provato diverse decine di servizi 2.0 in cui ho inserito il minimo dei dati richiesti per funzionare però quelli che utilizzo realmente e su cui ho i miei dati più critici sono anche quelli gestiti da aziende più grandi (o almeno aziende e non gruppi di ragazzini) di cui posso presupporre l’esistenza anche fra qualche anno.

Personalmente penso che questo mio atteggiamento sia adottato, magari inconsciamente, anche da una grande fetta degli utenti che di fatto operano esattamente come su un mercato di servizi: scelgono

[...] Marco Camisani Calzolari nel suo blog si pone una domanda interessante: “Se la startup di turno chiude, che fine faranno i miei dati?”. [...]

Fatto, trovi il post sul mio blog ;) in due parole: sono per il “2.0 col sale in zucca”.

Ma hai chiesto il parere anche a te stesso? ;)
“MI piacerebbe sapere cosa ne pensa Tommaso, Paolo, Francesco, Marco, Karim, Vittorio, Miriam, Mauro, Stefano, Andrea, **Marco**, [...]”

Comunque per me vale lo stesso discorso degli investimenti, mai mettere tutte le uova nello stesso cesto.
ciao

Sono tra quelli che amano sperimentare i servizi web2.0, ma lo faccio col freno a mano tirato, o quasi. In genere li utilizzo per progetti specifici in cui devo collaborare con qualcuno (come nel caso dei vari word processor online) oppure solo se posso sincronizzarli con il mio amato iMac (segnalibri, agende, ecc.).
Un po’ per mancanza di fiducia, un po’ perché comunque l’accesso alla rete non è possibile ovunque e il feeling non è lo stesso di molte applicazioni che posso utilizzare in localo.
Potrei dire che ne apprezzo tanto le possibilità, ma preferisco sfruttarle solo quando ne ho bisogno, senza affidarmi completamente a nessuno.

[mini]marketing,
ahahahah già, è vero. Avevo copiaincollato alcuni nomi usati da Pandemia a cui ho aggiunto i miei.
Cmq vorrei che l’autore del post di questo blog sapesse che la penso esattamente come lui, sino nei nettagli!

Marco,
riguardo la gestione dei dati stavo pensando esattamente la stessa cosa qualche tempo fa. Spesso ci fidiamo troppo di società che hanno il coraggio di proporre un servizio, delle vere e proprie scommesse. Spesso queste società risiedono dall’altra parte del globo. Ecco la necessità di divenire più indipendenti digitalmente come nazione, sviluppare i nostri servizi, i nostri sistemi operativi. Siamo troppo “succubi” dei colossi come Microsoft, Apple, IBM, Intel, AMD (segue lunga lista di major straniere).

[...] all’orizzonte un nuovo invito da parte del mio omonimo per discutere di una criticità legata ai numerosi servizi Web 2.0 che [...]

Secondo me la soluzione migliore rimane comunque salvare i propri dati anche in “locale”. Affidarsi interamente a servizi internet è come consegnare se stessi nelle mani di “altri”. :-D

PS Comunque il tuo post mi ha riportato alla memoria un articolo che avevo scritto qualche tempo fa, mi sa che è ora di “riesumarlo” e proporlo sul mio blog. Lo faccio subito! :-D

Marco hai sicuramente trattato un argomento di una verità estremamente attuale, insomma ci pensavo in continuazione, il rischio si pone in effetti,,,e a quel punto l’unica cosa che davvero resterebbe oltre all’amrezza, sarebbe le copie di backup…

Citato su downloadblog ;)

Marco,
lancerei una piccola provocazione: negli ultimi hai “sponsorizzato” l’utilizzo di servizi 2.0 utili anche in azienda (ricordo un paio di articoli su “IlSole24Ore”) e adesso ti spaventi dei tuoi dati? Forse questo tanto decantato Web 2.0 è la scusa per mettere in piazza i nostri dati? Oppure: se un giorno rifiutassimo queste nuove tecnologie servizi, questo nuovo modo di vedere Internet, rivolto verso la globalità delle utenze, come pretendiamo ad esempio di ampliare il bacino di blogger nel nostro paese? A cosa servono quindi i vari BarCamp?

Gianluca,
hai apreto 5000 questioni contemporaneamente! Non saprei risponderti. Troppe cose insieme.
Anyway io sto sollevando una questione, non rinnegando il web 2.0 e i miei articoli sul Sole :)

Come già detto da altri è importante scegliere bene: faccio l’esempio della mail. Gmail mi pare una scelta “sicura” nella misura in cui ho fiducia che google non fallirà nei prossimi 5 anni. E così via per tutto il resto. Ovviamente può capitare un problema al mio account ma è un’eventualità ben più rara rispetto al perdere il dvd di backup o bruciare l’HD di storage. Come dire: è più sicuro prendere l’aereo che la macchina!

Spero che qualcuno acquisti il server prima che vada in qualche scantinato…
http://dontomsci.blogspot.com/2007/02/i-miei-dati-web-20.html

Grazie

Fino ad ora ho esplorato, testato ed apprezzato tantissimi servizi offerti dal cosiddetto “web 2.0″ ed i dubbi che hai evidenziato li ho avuti tante volte. Insieme a tanti altri ancora. Ad esempio: chi c’è dietro a quel determinato servizio? Chi mi dice che si accontenti di offrirmi un servizio gratuito in cambio dei soli ricavi pubblicitari, senza magari utilizzare ciò che condivido per altri fini? Chi mi assicura che la mia connessione internet funzionerà nel preciso istante in cui avrò bisogno di un determinato contenuto? Ed è per questo che attualmente il “web 2.0″ lo utilizzo quasi esclusivamente per fini collaborativi (wiki, progetti a più mani, ecc.) o ludici (estensioni, utilità e diavolerie varie per il blog) e quasi mai come contenitori virtuali ed universalmente accessibili dei miei contenuti (e se lo faccio, ne conservo gelosamente copia in locale). Una cosa è certa: difficilmente mi rivolgerei a startup gratuite “di padre sconosciuto” per dei progetti commerciali. E non riuscirò mai a fidarmi di chi mi offre, sebbene la cosa sia effettivamente comoda e nonostante tutte le garanzie e le assicurazioni di questo mondo, spazio gratuito per il backup del mio hard disk, delle mie password, dei miei movimenti finanziari.

P.S.: tra l’altro, in presenza di più società che forniscono lo stesso identico servizio, devo scegliere in base alla qualità ed alla quantità dei servizi offerti, o in base alla solidità economica, alle partnership commerciali ed alla garanzia che domani quel servizio non sparisca nel nulla? Ad esempio: meglio un account gratuito limitato su Flickr (che è di Yahoo), o uno gratuito illimitato su Zooomr (che non è di nessuno)?

[...] qualcosa su “cos’è un blog“, è arrivata una proposta di discussione anche da Marco Camisani Calzolari che si fa un pò di domande sul web 2.0 e la deriva ( o bolla? ) che ne [...]

Il fatto che qualcuno inizi a farsi queste domande è un bene, vuol dire che internet è ormai “entrata” nel mondo reale, ovvero è divenuta non solo importante nella vita di pochi specialisti, ma insostituibile per molti.

Infatti il rischio illustrato esiste per qualsiasi attività, qualsiasi azienda può fallire e qualsiasi dato può finire dove non dovrebbe o sparire.
Forse però la questione centrale che l’autore sottolinea è un’altra, ovvero come affrontare questi ed altri problemi che nascono dal fatto che non c’è alcuna legge in internet e quindi alcuna possibilità di recuperare eventuali abusi.
Se un eventuale accordo internazionale legislativo è impossibile, la soluzione non può essere che tecnica e legata all’utente. Ad esempio si dovrebbe avere la possibilità di crittografare i dati personali in modo che soltanto l’utente possa accedervi e divengano quindi inutilizzabili nel caso in cui l’utente non volesse/potesse accedervi.

Dimenticavo una cosa, così come nel mondo reale troppo Stato, ovvero troppi interventi centralizzati, sono finiscono per diventare dannosi, anche in internet la soluzione migliore è dare gli strumenti e favorire le competenze del singolo, in modo che questi possa organizzarsi al meglio.
In quest’ottica il cosiddetto “Web 2.0″ mi sembra quasi irrecuperabile, bisogna studiare nuovi paradigmi e sistemi (come peraltro qualcuno sta tentando di fare).

[...] sia posto tale interrogativo e allo stesso tempo lo abbia rivolto al grande pubblico tramite il suo blog perchè è quello che molto spesso mi domando anche se attorno a me difficilmente trovo cenni di [...]

I dati che servono, quelli che servono davvero, devono essere disponibili stampati su carta.
Gli altri, semmai, devono essere disponibili su supporti di proprietà.
Il mio account di Gmail viene scaricato via POP, e le mailbox backuppate periodicamente.
Non ricordo un caso in cui abbia sentito comunque il bisogno di spulciare tra dati più vecchi di qualche mese. E se serve davvero, ctrl+p.
Stesso discorso, mutatis mutandis, per URL e bookmarks, video, musica o quant’altro.
Se online va qualcosa di mio è semplicemente perchè lo voglio condividere.

Grazie Marco per l’invito, per una deliziosa coincidenza ho proprio un’esperienza fresca fresca a questo proposito, ne ho parlato qui http://miriambertoli.blogspot.com/2007/01/servizi-20-gratuiti-quali-garanzie.html.

Ho perso tutti i dati statistici del blog perché la startup, Performancing, non aveva più soldi per pagarsi l’hosting, e questo mi ha insegnato che:

- condividi on line e fai del backup in locale il tuo solito dio, per quanto possibile
- scegli bene, fai testing e annusa sempre l’aria
- se puoi, affidati a società/progetti solidi

Ma penso anche: prima di diventare un progetto solido, essere comprato da Google, etc, YouTube era una piccola iniziativa, cresciuta anche per la fiducia che la comunità di utenti le ha dato, giorno dopo giorno. Voglio dire, se ci affidiamo solo ai big/brand conosciuti tipo Google per andare sul sicuro, come supportiamo l’innovazione?

Non mi sono mai preoccupato (o forse l’ho fatto inconsciamente) di cosa potesse capitare con la chiusura di quello o quest’altro servizio web2.0, per il semplice fatto che uso questi strumenti (e continuerò ad usarli) non con un intento utilitaristico (affidando, quindi, ad essi informazioni e ricordi personali che non potrei reperire in maniera alternativa) ma, bensì, con uno spirito collaborativo: condividere con altri alcuni pezzi di sé, d’informazioni e di dati che sono , sempre e comunque, disponibili “in locale”. Diciamo che, da buon ing. aeronautico, preferisco applicare, anche alle mie informazioni, il concetto di ridondanza: duplicazione (ma anche la triplicazione) di alcuni “sistemi” critici. Affidarsi unicamente a servizi offerti da terzi (a pagamento o gratis) è, a mio modo di vedere, abbastanza rischioso: ma questo, credo, valga sempre e (soprattutto) ovunque…

Marc Canter ci raccontava che gli utenti stanno iniziando a capire che i propri dati sono propri e vogliono gestirseli da se.
questo e’ un punto base del suo lavoro basato sui servizi di directory e la gestione delle identita’ digitali.
io credo che prima che le persone acquisiscano consapevolezza (digiamo il 70% degli utenti), passera’ molto tempo, ammesso che mai avvenga.
perche’ sono scettico ? perche’ non vedo alcuna alzata di scudi contro google che tiene traccia di tutte le query che ognuno di noi ha fatto nella propria vita.
Se google veramente seguisse il motto “don’t be evil”, lo direbbe in homepage e avrebbe un bottone per chiedere “cancella tutta la mia history”.
puo’ sembrare scorrelato ma non lo e’.
sono dati personali anche quelli che si formano come risultato di attivita’ online.

Anch’io spinto da naturale curiosità sperimento spesso molti dei nuovi servizi online che vengono rilasciati ogni giorno.
Però conservo esclusivamente in locale quasi la totalità dei file e delle informazioni importanti.
Sul tema della privacy online vi invito a guardare questo video:
http://www.motoricerca.net/archives/2007/02/02/google-master-plan/

Non sono stati invitato e la cosa mi offende a morte.
Comunqye.
Penso (da ricercatore ICT) che non stiamo ancora vivendo la fase vera del fenomeno (i dati sono tutti on line e tutti siamo connessi), le informazioni saranno filtrate dai nostri user model e avremo qualcosa che ci permette di evitare l’overflow.
La cosa carina sarà capire come le aziende affronteranno la libertà.
Se io posso commenatare davanti ad un negozio che il negozio fa schifo (vedi servizio geolocalizzato di Socialight.com) come saranno le politiche di marketing di quel negozio?
Idem per libri, eventi, persone.
Siamo in una fase di profondo cambiamento, tecnologie usabili per utenti che si muovono e che muovono i pensieri e le opinioni.
Il problema è che “il popolo” è lontano da questa rivoluzione. Sta lì il problema. Gli addetti di marketing delle grandi aziende fanno ancora fare sitoni wen in Flash (belli e inusabili) e le persone “normali” a mala pena sanno come si usano gli MMS.
Ma tutto sta cambiando.

Se invece devo pensare come blogger dico che i servizi sono troppi e confusi e che i blogger si lasciano prendere troppo dalle novità e dalla voglia di misurarsi senza prima vedere cosa c’è dietro.
Ad esempio questi Meme iniziano e essere sospetti.
O no?
Love & Piz.

Boh, mi vengono in testa solo cose di buon senso: applicazioni critiche me le tengo in casa o su provider di un certo tipo (penso a quel sw di sales management di cui ora mi sfugge il nome… ma che ha milioni di clienti); sul tool appena nato o che non ha funzioni di export/backup, ci metto al massimo dati di poca importanza.

[Nota: ho risposto su sollecitazione via email. Sul propagare delle richieste di coinvolgimento, ho scritto oggi una cosa]

Quello che scrive Stefano Quintarelli non è per nulla slegato dal tema, è quello che diversi anni fa Negroponte definiva il digital self, ovvero l’insieme delle informazioni raccolte surrettiziamente su un individuo monitorando i suoi comportamenti in rete. Si tratta dell’altro lato della medaglia.
E’ evidente che in un sito pubblico solo dati non sensibili oppure cercherò di fare dei backup, ha ragione Miriam Bertoli, ma il problema rimane. Anche se sono dati relativamente poco importanti, la loro perdità può creare dei danni allora in ottica di diritti digitali, mi viene in mente un paragone. Una società di assicurazione deve per forza riassicurarsi presso un’altra compagnia, cosa succederebbe se le società tecnologiche che fanno servizi web 2.0 fossero obbligate a fare un backup dei dati presso altre società (garanti)? Prendetela solo come una piccola provocazione, perchè il tema che Marco solleva è veramente importante. Vi ricordate quel film di cui non ricordo il titolo in cui hanno cancellato ad una persona tutti i suoi file? In tale modo, il suo conto corrente, i suoi dati assicurativi e tutta la sua vita erano stati cancellati. E’ un rischio molto reale.

Mi sono fatto la stessa domanda, in verità piuttosto preoccupato, quando mi sono reso conto che non aprivo quasi più il programma di posta elettronica in favore di Gmail, e Google non si può certo definire una traballante startup.
Come già segnalato da molti, la soluzione rimane il backup, ma non è sempre facile ottenere dai servizi online una copia completa in un formato aperto ed interoperabile di tutta la propria produzione, magari pluriennale, ospitata sui server del gestore.
Apparentemente il problema sembrerebbe minore con la condivisione audio/video dal momento che si presuppone una preparazione in locale dei file da caricare e condividere. Anche in questo settore però le cose cambiano, ad esempio è possibile registrare un video su youtube direttamente con flash, ma non è possibile con gli strumenti forniti averne una copia da salvare sul proprio disco.
Per concludere credo che dal punto di vista dell’utente sia necessaria attenzione al momento della scelta del servizio 2.0 da utilizzare, privileggiando quelli che offrono una reale e semplice esportazione dei dati inseriti. Inoltre sarebbe bene utilizzare servizi web solo nei casi in cui l’approccio orientato alla rete porti reali vantaggi rispetto a quello orientato all’applicazione.
Dal punto di vista dei fornitori di questi servizi, una maggiore attenzione al condivisibile desiderio dell’utente di preservare i propri dati sarebbe auspicabile.

Ho letto tutti i commenti e sono rimasto un pò deluso fino all’intervento di Stefano (e di Maurizio).

Marc Canter ha dannatamente ragione! Vanno bene gli approcci di buon senso, va bene il fatto che si usino certi strumenti solamente per collaborare, ma questa attività di collaborazione (ed in alcuni casi cooperazione) genera microvalore, comunque valore che continua ad esistere nel tempo.

Allora gli utenti hanno pieni diritti su tutti i loro contributi (anche generati implicitamente, in modo collaterale: navigando il sito, comprando un libro, cliccando su una stellina,etc).

In un panorama di overloading di iniziative web 2.0, la selezione è già partita. Tra i temi fondamentali su cui competere ci saranno anche la gestione dell’identità dell’utente e della proprietà dei dati.

I sistemi più attenti metteranno (e stanno già mettendo) in grado gli utenti di esportare i propri bookmark, i propri commenti, i proprio libri,etc e di importarli in piattaforme nuove, a loro piacimento.

Ciò verrà facilitato dalla diffusione di standard come i microformati e dalla disponibilità di web services (come S3 di Amazon) che si fanno carico conto terzi di garantire la persistenza (eterna?) di questi dati. Es. Slideshare potrebbe anche morire, ma le ppt che ho caricato potrebbero rimanere lì, banalmente accessibili tramite un altro client.

Quindi possibilità di esportare, hosting indipendente dall’applicazione.

Io la vedo in modo abbastanza semplice. Se non paghi non puoi chiedere nulla in cambio. Figuriamoci la stabilità e la certezza della durata del servizio.

In ogni caso tutto è sempre sul mio hard disk, con back up su disco esterno.

@Carlo Becchi
Concordo con la tua preoccupazione, ma fortunatamente è possibile crearsi una copia di archivio dei propri contenuti inviati, utilizzando software tipo videodownloader 1.1.1 (add-on di Firefox 2) anche ove non direttamente previsto. Per quanto riguarda l’esportazione ed in generale il controllo completo di quello che si “regala” ai siti di videosharing, al Barcamp di Roma 2007 i realizzatori di 2spaghi.it hanno trattato proprio questo argomento e , se ti interessa, il loro interessante video “Distribuire i contenuti generati dagli utenti” di Marco Palazzo è disponibile sul sito http://www.radioradicale.it/schede/view/id=215843/barcamp-roma-2007

non c’e’ dubbio che ormai imperi ridondanza di siti/servizi e abuso di tecnologie/definizioni, ma sia gli utenti che gli investori se ne sono piu’ che accorti, e l’aggettivo dead circola con smerpe magigor frequenza per il web 2.0 (qui in USA soprattutto)

sul tutto, c’e’ un mio pezzo recente su apogeonline, seguito da un altro sull’avvento del web 3.0, si spera migliore…

Ciao Marco,
trovi le mie considerazioni in merito qua:
http://www.e-conomy.it/blog/articolo.asp?articolo=120

Ciao,
Maurizio

[...] ad un invito di Marco Camisani Calzolari a riflettere sui rischi della “nuova Internet” orientata ai servizi. Il tema è [...]

[...] il titolo di un post di Marco, che pone una interessante questione sulla fiducia che ciascuno di noi ripone nei nuovi servizi [...]

[...] questione posta da Marco sui dati online mi vede penzolare tra due idee [...]

[...] MCC chiede cosa ne sarà della mole di dati che le applicazioni Web 2.0 ci invogliano a caricare/condividere. [...]

[...] stato chiamato in causa da MCC per rispondere ad un quesito sotto certi aspetti angosciante. Sappiamo tutti, o quasi, che tanti [...]

Pensavi non lo facessi?

Come sempre sono partito con un commento, poi mi sono involato per la tangente ed ecco qui: il mio post!
http://lavorodafilosofo.blogspot.com/2007/02/web-20-insulsizzazione-dei-contenuti.html

[...] fa Marco Camisani Calzolari parlava del rischio di perdere i propri dati se un’azienda appena nata che vi offre un servizio Web 2.0 fallisse. Io invece mi chiedo cosa [...]

Ho messo giu’ il mio pensiero su questa importante questione qui: http://antirez.com/post/38

tempo fa ho provato ilike.com, bel servizio ma un po’ invasivo, poi imamginando appunto che alla fine non lo avrei usato più di tanto ho cercato di disiscrivermi: impossibile.
allora ho scritto non troppo fiducioso chiedendo come potevo farlo, ecco la risposta:
Hi there,
We are currently working on an unsubscribe feature (that’s not available just yet). In the mean time, we can close your account for you from the backend upon request.
Your information will be made unavailable, and you can request that we delete all records by emailing privacy@ilike.com.
Thanks for your inquiry.
Aydin Ghajar
iLike.com
P.S. If you would like us to close your account, please confirm by responding to this email. Just for our records, can I ask why you’d like to unsubscribe? Thanks!
quindi un servizio che mi scandaglia iTunes per carpire i miei gusti in fatto di musica (certo, per offrirmi un servizio, si capisce) non ha una funzione di unsubscribe…

[...] causa di un copia e incolla neanche troppo attento, mi trovo chiamato in causa nel rispondere alla domanda: con tutti i servizi “web 2.0″ [...]

[...] 2.0, read/write o dead/write? (Marco Camisani [...]

[...] paure e le discussioni di qualche giorno fa a proposito della mancanza di certezze e garanzie dei servizi gratuiti come [...]

Provo a contribuire anch’io con un po’ di materiale che ho raccolto alla conferenza organizzata dall’Andese a Parigi a cui ho avuto la fortuna di partecipare. http://www.spezialmente.it/pagina.php?idmenu=1&idsubmenu=6&id=4682

[...] come al solito, lancia un tema di discussione interessante: ora che tutti noi siamo abituati ad affidare i nostri dati ai [...]



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